ANNO 2026
ISBN 978-88-3617-460-7
È un libro confessione che mette a nudo tutto il coinvolgimento di un pensiero che si esprime in versi che sono parole, gesti, segni, ideogrammi, righi musicali con note, elettricità, poesia concreta e poesia visiva, perfino, in due atti, un testo per il teatro. E c'è il dialogo con scrittori fra i più grandi.
Sergio Armaroli si autodefinisce “antologia di sé stesso” e offre a chi legge un assaggio della multiespressione al suo attivo, la presentazione di un non-metodo fatto di rimandi, citazioni e invenzioni, insomma uno zibaldone ordinato per confessarsi nella varietà dei risvolti del suo essere.
Allora le pagine assumono il compito di rispondere alle domande del mondo nell'unità di un'esperienza creativa.
È un testo quindi da decifrare con pazienza o, quasi all’opposto, da leggere come un divertissement.
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
Il Posto delle Parole: ascoltare fa pensare
Conversazione con Livio Partiti
24 Marzo 2026
LIVIO PARTITI: Sergio Armaroli, buongiorno. Benvenuto davvero qui nel nostro posto delle parole per farci incontrare Inabissi, la sua raccolta poetica pubblicata dall'editore Manni.
Sergio Armaroli, lo ricordo, vive a Milano, poeta, pittore, percussionista, artista sonoro. Ha pubblicato testi di saggistica e poesia, quindi vive una pluralità artistica veramente molto forte. Percussionista, ho letto, e poi artista sonoro. D'accordo nel capire che fa il poeta, che fa il pittore, che fa il percussionista, però l'artista sonoro, che fa?
SERGIO ARMAROLI: Per “artista sonoro” intendo e si intende generalmente un allontanarsi dalla musica come linguaggio per andare verso il suono e la sua totalità. Il suono viene utilizzato plasticamente, in quel senso. Quindi artista sonoro si intende un uso del suono in senso plastico nella sua totalità, al di fuori della musica come linguaggio.
LIVIO PARTITI: Come linguaggio e come innamoramento della parola, ovviamente, perché questo libro di poesie che si sviluppa per circa cento e qualche pagina è veramente, a ogni poesia, un innamoramento della parola. Ma la parola innamoramento è piena di razionalità, è piena di costruzione, di lavoro sulla parola, perché non ci si innamora della parola se non la si lavora e nella sua profondità, che ne pensa?
SERGIO ARMAROLI: Sì, è anche pieno di letture, di libri, di amore per la lettura e soprattutto una lettura che io intendo sempre un po' da pittore. Ho sempre amato molto questo disordine che ritrovo sempre negli scritti dei grandi artisti, da Picasso a Matisse. E i tentativi poetici dei pittori.
Io mi sento poi essenzialmente un pittore in questo, in quanto all’uso della parola da questo punto di vista, nel senso che la parola mi suggerisce spesso delle immagini, delle visioni. Quindi è una parola molto visiva quella di cui lei parla.
LIVIO PARTITI: A proposito di pittura, non ne dirò di più, perché quest'idea di “una sparizione di segni mi costringe a meditare sui difetti di uno stile che si appoggia troppo sulle parole”. Questa è una frase che ci porterebbe molto lontano sull'uso delle parole, dalle parole al linguaggio e via di questo passo. Perché ha scelto questa frase che poggia la sua essenza sui difetti di uno stile che si appoggia troppo sulle parole?
SERGIO ARMAROLI: Ma perché forse mette in evidenza una contraddizione profonda nel senso che vive in me, io ho bisogno del linguaggio, allo stesso tempo lo temo e voglio dire non ci credo poi fino in fondo. Io amo la parola, ma non ci credo fino in fondo. Forse c’è in questi versi questa contraddizione. Il linguaggio è il mio strumento. Il linguaggio può essere lo strumento che mi porta a vedere, allo stesso tempo però vive in una dimensione di catastrofe. Sto leggendo questo corso di Gilles Deleuze dedicato alla pittura, “Sulla pittura”, dove l’autore tratta di questa condizione del pittore che vive nella catastrofe, cioè si dipinge quasi in una dimensione di cecità, non si sa cosa sarà il quadro. Quando scrivo uso le parole e vivo un po' questa condizione di mancanza di controllo, di caos linguistico che poi piano piano mi permette di agganciare un'immagine.
Quindi credo che questa contraddizione viva all'interno di questa frase che ha citato e che lei ha letto.
LIVIO PARTITI: Vorrei ancora però stare su questa frase, anzi stare sull'idea poetica di Francis Ponge, il quale diceva che occuparsi, se ricordo bene, di scrittura non è un'attività alternativa, occuparsi di pittura non è un'attività alternativa alla scrittura, anzi il dialogo è sempre molto continuo e qui potremmo anche attraversare l'idea e il pensiero di Michel Foucault tra le parole e le cose per entrare ancora di più dentro questo magma oppure anche questo vuoto che ogni tanto il poeta sente. Che ne dice?
SERGIO ARMAROLI: Sì, certo, c'è una continuità tra la pratica, perché la pittura è comunque una pratica, è un esercizio di attenzione, di visione ma allo stesso tempo aiuta anche a distaccarsi dalle cose per ritrovarle, posso dire che le cose le perdo nella visione pittorica, nel gesto pittorico e le ritrovo nella parola; quindi c'è questa profonda unità … e io tengo molto all'unità dell'esperienza, all’interno sempre di questa continuità tra pittura, musica, scrittura che creano un tutt'uno che si mescola e che quindi mi porta a ritrovare sempre un'immagine, cioè alla fine il linguaggio per me è immagine, un avvicinarsi alle cose: questa idea di un partito, che io ho un po' stravolto e in un certo senso riscritto il partito preso delle cose diventa il partito perso delle cose per me, perché viviamo in un'epoca in cui le cose si stanno perdendo e quindi si ha una difficoltà nel ritrovare questo contatto con il reale…
LIVIO PARTITI: … e che un po' caratterizza un po' tutti questi questa raccolta che è un continuo perdersi, ritrovarsi è anche un ritrovare è anche un ritrovare figure letterarie molto importanti che accompagnano che hanno accompagnato nella scrittura Sergio Armaroli ma che accompagnano noi come lettori in questa raccolta intitolata “Inabissi” ma qui ci fermiamo per la parola per questo titolo, in abissi, per entrare per entrare dentro la parola…
SERGIO ARMAROLI: … in abissarci e anche perdersi interiormente per poi ritrovarsi alla fine… c'è una speranza anche se si conclude questa raccolta con un fatto luttuoso, con la morte di mio padre che ha determinato, come un fatto oggettivo, esterno da me… che ha determinato e ha concluso il libro: insomma la mia volontà si sospende di fronte ad un fatto luttuoso e quindi questo lo interpreto come un segno.
LIVIO PARTITI: … ma vogliamo ascoltare la poesia che chiude questa antologia.
Immenso fermarsi
A mio padre Pietro, nel giorno della sua morte
il 20 settembre 2025
Immenso fermarsi
nel dipingere
in questo stato
lasciando che il colore
aggrumi il bordo
del quadro
colando
immaginare mondi
di un solo colore
monocromando
d’oro i tuoi gemiti
dolori di rigetto
è mio padre
che allarga le braccia
in difetto
nell’aura del giorno.
LIVIO PARTITI: Qual è la difficoltà nell'incontrare qualche cosa che è successo nella vita privata come quello che ci ha appena ricordato e letto da “Immenso Fermarsi” cioè la morte di suo padre che aggiunge difficoltà penso ancora di più alla costruzione alla limatura della parola non tanto in senso estetico perché questo è importante ma proprio anche nel senso affettivo dell'omaggio rispetto alla persona la figura che è in ogni modo il padre?
SERGIO ARMAROLI: Ma più che difficoltà io l'ho interpretato come un segno, nel senso che partendo proprio dal partito preso dalle cose di Francis Ponge o meglio dall'idea di trovare una parola oggettiva, un'oggettività della poesia nell’oggettivazione della parola stessa per uscire da quello che è uno stato magari molto privato di ispirazione e dolore, o di innamoramento della parola, come diceva inizialmente, il mio tentativo è stato quello di agganciare qualcosa di reale: un fatto reale e l'unico fatto reale probabilmente è la morte; quindi questo mi ha permesso in un certo senso di raggiungere l'oggettività “fino all’astrazione ultima”, come Giorgio Barberi Squarotti qualche anno fa ha scritto di un mio libro, interpretando tutto questo come un segno, il segno della fine di un percorso che è stato quello che ha poi generato in questi anni questa raccolta poetica.
LIVIO PARTITI: A proposito di segni, questa poesia è una poesia che utilizza la figura del segno in modo molto particolare perché è una poesia a volte visiva, è una poesia che diventa persino teatrale e quindi è qualche cosa che viene in mente per esempio in “Iconografia prima” scrive: “qui io uso i colori ma voi li vedete?”. Ecco il rapporto tra la scrittura e la lettura in che modo noi possiamo entrare nel dialogare verso questa poesia per esempio?
SERGIO ARMAROLI: Si può entrare attraverso i libri, attraverso la lettura, attraverso la memoria e attraverso un certo istinto, attraverso un non metodo perché credo che sia necessario uscire da un pensiero troppo cartesiano; c'è una difficoltà nel concepire qualcosa soprattutto oggi in questo tipo di società digitalizzata, che quindi è diventata necessariamente binaria: sì o no. Uscire da questo sistema in maniera non metodica, voglio dire: liberato da questa necessità quantitativa di dover misurare e andare invece verso le cose in modo quasi istintivo, intuitivo ecco: l'intuizione per me, ed è un'intuizione che è sempre legata appunto al riconoscere nel dettaglio e nel piccolo una qualità precipua, unica: essenziale e vitale; quindi anche i riferimenti a Elsa Morante, alla poesia di Patrizia Cavalli oppure alcune piccole cose che ho ritrovato nelle conversazioni con Eugenio Montale… sono questi piccoli dettagli un aggancio e un modo per poter ricostruire una realtà e anche una scrittura Altra.
LIVIO PARTITI: … ecco che sia, allora ricostruiamola questa “scrittura Altra” aiutandoci con la poesia: lei poco fa ha citato Elsa Morante a proposito di innamoramento innamorarsi nella parola…
SERGIO ARMAROLI: Sì questo è un omaggio a un libro: Il mondo salvato dai ragazzini che è un libro straordinario della Morante, che io cito e che in un certo senso uso, come uso questa felicità e questa necessità di ritornare a una condizione quasi infantile quasi di piacere puro nella parola e nella libertà della parola poetica.
Innamorarsi nella parola
Siete così cupi, spaventati e abbruttiti
avete perso – voi – il senso del gioco
vi hanno LORO derubato
dell’infanzia
quella felice, spensierata
buttati nel mondo
maschere del dopo-storia, noi;
ombre
di un passato immobile
appesi nello strappo del tempo
di paralisi
inquietamente:
l’anima si torce, la nostra;
e si innesta nell’inutile sforzo
compromettendo
la morte non è più morte
irriconoscibile alla vita
è il nulla.
Ora innamoriamoci nella parola:
per gioco.
a Elsa Morante
LIVIO PARTITI: … innamoriamoci nella parola e non della parola, e qui è importante questa sottolineatura e qui vedo una sottolineatura tra le tante ed è un verso importante che dice: “il verso si presenta come risposta al mondo”, molto ambizioso qualcuno potrebbe dire persino presuntuoso: che il verso si presenta come risposta al mondo ma in ogni modo il verso deve tentare di dare una risposta…
SERGIO ARMAROLI: Sì certo, ma non una risposta a una domanda specifica ma una risposta alla vita come una necessità; non è una risposta conseguente, quindi può anche essere una risposta oltre il linguaggio. Lo vedo più come un gesto: ecco il verso per me corrisponde a un gesto a un movimento qualcosa che è vivo ecco l'idea della vita non è necessariamente una risposta logica può anche non seguire la consecutio temporum l'importante però è che sia un movimento visibile e che sia vita.
LIVIO PARTITI: … è un po' l'immagine e il senso anche di questa raccolta poetica: quale poesia ci fa ascoltare adesso?
SERGIO ARMAROLI: Si tratta un breve “manifesto personale” dal titolo: “A margine di una Teoria testuale della poesia” e si riferisce ad un saggio degli anni 70 dal titolo: Teoria testuale della poesia di Max Bense che si inseriva nel dibattito di quegli anni nel tentativo di liberare il poeta da qualsiasi tipo di Io lirico dando alla poesia una base più oggettiva; l'ho trovato molto interessante perché in un certo senso mi è servito per spiegare alcuni meccanismi della mia poesia.
A margine di una teoria testuale della poesia
Se non fossi poeta
altro da quello che sono
sarei
vicino al mio scrittoio-mondo
a costruire un Tutto
e non potrei
nel senso di fare:
poesia è fare
oltre l’usura della parola
con le cose del mondo
nell’unità dell’esperienza.
Se non fossi
sarei la poesia quale gesto che abbraccia
che mi comprende nell’infinito molteplice
nella dispersione della vita
disperata
e di cui cerco Senso
nel compiuto della scrittura
estesa al limite oggetto
della parola detta ad alta voce:
parola-corpo
parola-gesto
parola-segno.
Suono.
LIVIO PARTITI: E questo è il suono della poesia “A margine di una teoria testuale della poesia” la poesia è fare; questo è importante e viene sottolineato, viene scritto in corsivo, e non è altro ma è proprio dentro il fare parola che diventa in questo caso il fare poesia insieme con la musica perché la poesia e la musica lo dicevamo all'inizio della nostra conversazione che la musica è da sempre ciò che attraversa la sua vita come anche la poesia, non potrebbero esistere queste due cose l'una senza l'altra…
SERGIO ARMAROLI: Sì certo anche se per me rimangono esperienze in un certo senso separate e trovano solo nella poesia… per me la poesia è l'espressione massima dell'unità dal mio punto di vista, dove realmente è possibile in un certo senso raggiungere l'immagine finale; quindi credo che nella mia scala di importanza la poesia ricopre il ruolo principale ed è il motore di tutto il resto certo la musica è presente, ma senza la poesia sarebbe solo, citando la Bibbia, “un cembalo non risonante” sarebbe un cembalo sordo un suono privo di vita.
LIVIO PARTITI: Quando noi raccontiamo i libri di poesia qui nel nostro piccolo posto delle parole facciamo, un gioco molto banale lo facciamo anche con lei ci consenta: prenda in mano il suo libro “Inabissi” pubblicato da Manni e lo apra a caso e vediamo a quale pagina le capita casualmente nell'apertura del suo nuovo libro di poesia: a che pagina lo ha aperto?
SERGIO ARMAROLI: … a pagina 84.
LIVIO PARTITI: … e quindi sarà questa la poesia che ci avvia alla conclusione prego.
SERGIO ARMAROLI [legge]:
Ti s(fa)
Sono pochi versi
come poesie manoscritte
di quaderni mandati a memoria in righe elementari:
trallallero trallallà
trallerallero trallerallà
…
Così sfoglio
Nel numero de L’immaginazione numero trecentoventisei
[che
porta il mio Scritturale in copertina…
quello del novantanove
distratto,
con carta preziosa al tatto
come la pelle di un corpo in atto
…
Sono io che scrivo
e già mi specchio
in uno stampatello irriconoscibile
dove riporto
citazioni corsive di incontri casuali
e sono già fuori dal testo.
LIVIO PARTITI: … “e sono già fuori dal testo” tra l'altro mi piace ricordare visto che è citata nella poesia la rivista culturale “L'immaginazione” creata nel 1980, questa rivista curata da Manni editore ...ma prima di salutarci qual è il libro che le fa compagnia in questi giorni?
SERGIO ARMAROLI: Sto leggendo, come dicevo prima, “Sulla pittura” di Gilles Deleuze. Si tratta delle dispense delle lezioni del corso del 1981, pubblicato da Einaudi, che tenne all'università di Vincennes in quegli anni.
LIVIO PARTITI: Lei sottolinea a matita i libri che legge?
SERGIO ARMAROLI: Sì lo scrivo anche nel libro.
LIVIO PARTITI: Infatti è proprio da lì che arriva la mia domanda, perché credo che sia una domanda importante capire come si sottolinea: lei come sottolinea i libri?
SERGIO ARMAROLI: Io li sottolineo, come scrivo nel libro, con dei tratti, brevi tratti non con una linea unica ma appunto a tratti e sottolineo usando la matita.
LIVIO PARTITI: E quale matita? perché poi qui si apre un mondo qualsiasi matita oppure c'è una grafite in particolare?
SERGIO ARMAROLI: No no, io uso una matita 2B generalmente abbastanza morbida e sempre appuntita, e questo è molto importante; generalmente ho bisogno di una matita assolutamente appuntita, quindi ho un tempera matite di quelli professionali ovviamente da pittore e da disegnatore.
LIVIO PARTITI: Perché è importante avere sempre la matita molto appuntita? Una domanda molto curiosa perché io sovente la uso fino a quando il segno quasi diventa poco preciso.
SERGIO ARMAROLI: Per avere un segno uniforme, perché la grossezza del segno generalmente mi serve per evidenziare e quindi devo avere un segno che sia sempre uguale, un segno abbastanza uniforme e poi perché è un rito, quando ogni giorno riprendo un libro la matita deve essere appuntita e pronta ad essere utilizzata per quella giornata, per quell'ora quelle due o tre ore che dedico a quel libro e generalmente se poi passo un libro successivo, oppure riprendo a leggere e studiare nel pomeriggio cerco di avere la matita sempre appuntita anche nel pomeriggio è una ritualità ma anche un gesto propiziatorio…
LIVIO PARTITI: Lo chiedo lei in quanto poeta? Io amo particolarmente il momento di quando tempero la matita perché io penso che sia un gesto poetico, lei che ne pensa?
SERGIO ARMAROLI: Sono perfettamente d'accordo con lei perché ci si prepara sostanzialmente ad affrontare un nuovo autore una nuova lettura, ci si serve della matita come un punto, e poi la punta della matita serve per concentrare l'attenzione serve anche perché è un po' come nella meditazione; ecco: ci si concentra su un punto e questo aiuta a fare in modo che le energie siano tutte convogliate nella parola che si sta leggendo; mi serve così un po' come strumento di meditazione e concentrazione massima, questo da sempre, anche quando studiavo avevo questa necessità e io sottolineo anche i giornali quotidiani, io leggo ancora i quotidiani cartacei e li sottolineo con la penna, sottolineo le cose ovviamente che mi interessano e che ritengo importanti per me.
LIVIO PARTITI: Mi scusi, questa è veramente una cosa molto particolare? Mi succede di sottolineare dei quotidiani per questioni di conversazione con gli autori a volte, ma lei per esempio che cosa ha sottolineato sul quotidiano che ha letto oggi?
SERGIO ARMAROLI: Oggi ho letto come sempre la Domenica: l'inserto culturale de Il sole 24 ore, e poi il corriere della sera.. Cosa ho sottolineato? Io sottolineo generalmente le analisi, insomma: ho sottolineato la situazione in Iran, per esempio e il costo dell'energia e le relative analisi: sottolineo spesso degli aspetti che trovo centrali e questo mi serve come sintesi quindi sottolineo una frase che mi serve come sintesi di un articolo o di un commento più articolato.
LIVIO PARTITI: E poi se lo ritaglia l'articolo?
SERGIO ARMAROLI: Ma alcune volte capita, ritaglio comunque sporadicamente, per esempio l'altro giorno su Il Foglio c'era un bell'articolo dedicato a Kurtag il compositore ungherese che ha compiuto 100 anni e quello si, quello me lo sono ritagliato.
LIVIO PARTITI: E qual è il quotidiano dove si sottolinea meglio, proprio per il supporto cartaceo?
SERGIO ARMAROLI: Dove sottolineo meglio? … è Il Sole 24 ore...
LIVIO PARTITI: …lo pensavo proprio per il colore, senza dubbio…
SERGIO ARMAROLI: Esatto! Devo dire che è anche impaginato bene, insomma abbastanza chiaro, I Il corriere della sera, devo dire poi leggo anche il manifesto, leggo più giornali sempre da quando sono adolescente, insomma io vengo da insomma ho cinquantaquattro anni e quando studiavo da adolescente, negli Ottanta, il quotidiano era ancora una lettura fondamentale, il quotidiano cartaceo era centrale nella formazione anche politica… per esempio io leggo da sempre il manifesto e il giornale mi ha accompagnato come un rito a cui non rinuncio, non riesco a rinunciare alla carta, leggendo in digitale non posso sottolineare e come penso dicesse anche Umberto Eco questa necessità di sottolineare per me è vitale e quindi il digitale è per me un po' faticoso ed estraneo al processo del pensiero…
LIVIO PARTITI: … non siamo andati fuori testo per riprendere appunto un verso della poesia che ho letto poco fa e grazie davvero del tempo che ci ha dedicato.