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LASCIATI A QUESTO PRESENTE

Lasciati a questo presente tutto è assunto/assorbito dal “mercato”[1] e dalla sua realtà di assenze/ desideranti e subdole come consumo di corpi e di stati di coscienza; la letteratura –e non il letterario- è del tutto assente: “non c’è più dibattito… non esiste più un conflitto delle poetiche” come dice Romano Luperini nell’intervista a cura di Luisa Mirone che leggo su “L’immaginazione” trecentodiciotto.

 

Così salto di pagina in pagina, liberamente come mio solito –ma senza la matita tra le mani-, e ritrovo Pier Paolo Pasolini e una “giovinezza finita” (le lucciole, il gioco del pallone che non è il calcio (ahimé) e altro); dove il precetto del teorico marxista della lingua Ferruccio Rossi Landi è monito: “Leggi tutto!” e liberati dal dogmatismo.

 

Così bisognerebbe liberarsi da una certa forzata pesantezza delle cose (i giornali sono un fardello di insensate cronache: quello che accade –forse- non serve all’immaginazione), per conquistare un campo (John Berger) di forze e tensioni nuove. Scopro la mia lingua e mi chiedo quale sia il mio contributo di senso, di proprietà di un linguaggio e di senso. Scrivere è sempre un atto di speranza e nella speranza di Forma. Uno scrivere esteso: S C R I T T U R A L I T A’ (Guy Debord). Non più situazionistico ma dentro il Campo.

 

Dunque registrazione sul campo (field recording )come scrittura estesa: fonografia. Così ritorno da Dobbiaco, a margine della Casetta di composizione che in Gustav Mahler hanno, per colpevole trascuratezza, abbandonato e rinchiuso in gabbie, dove la dimenticanza è la lingua della fotografia e il suo stato come Indice del reale (…però di questo non parlo con l’amico Roberto Masotti che mi ha sostenuto e inteso nello sforzo di catturare un’assenza).

 

Attraverso le parole di una lingua rinnovata costruiamo mondi definendo confini e campi d’esperienza e luoghi abitabili: luoghi di ascolto e di consistenza poetica.  Il mio ERRATUMFilm non l’ha visto nessuno, diciamo che non si è fatto notare (e tutto questo è voluto, si badi): semplicemente ho voluto rinominare il mio mondo reale/immaginato (dove il suono è sempre un’idea) ignorando la mala-radice del consumo che costruisce barriere, filtri psichici, deserti e divide/scollega/frantuma/allontanando rendendo impossibile l’analogia della visione + ascolto+ parola: la Lingua.

 

[1] Dove la scrittura minuscola indica l’illusione/apparente di una possibilità di scelta negata in un tempo disperso e vuoto.