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EVITARE IL MESTIERE

Scritti e pensieri sulla musica | Ferruccio Busoni1. Mestiere (Routine)

“La mancanza di mestiere è la mia disgrazia”.

Richard Wagner

Premessa per un tempo confuso (e sordo)

Duemilaventuno: questo è il tempo che ci è toccato vivere. Un tempo confuso e sordo.

Nel mio tempo sospeso ritorno a Ferruccio Busoni e al “mestiere” come “condizione necessaria” della professione del musicista. In un tempo in cui la “professione” è evaporata nella pandemia: ma non la musica. Di una musica senza concerti: una “musica assoluta”. Il mestiere lo si apprezza comunque, non come obbligo ma -come scrive Ferruccio Busoni nell’agosto 1911: “Già il fatto in sé che il mestiere sia collegato col concetto della musica, che esso esista realmente, e che oltre a ciò sia tanto pregiato, questo nudo fatto basta da solo a dimostrare quali siano le opinioni correnti intorno alla musica, come le si pongano confini limitati, come si sia lontani da essa”. E aggiunge: “Perché aver mestiere non significa altro che essere in grado di dominare acuni “modi di dire” musicali e adoperarli, spesso senza discernimento, in tutti i casi che si presentano”.

Modi di dire

Mi chiedo dunque quali siano questi miei “modi di dire” … ? forse non sta a me dirlo; insomma: comprender-si, in questo tempo sospeso, ascoltar-si: imparare da sé. Questo è il compito per oggi.

Per Ferruccio Busoni andare oltre il mestiere verso la musica ha significato proprio: allontanarsi dai modi di dire (e oggi quanta “musica” è semplicemente ripetizione di “modi di dire” e luogo comune?): “Invece io credo che, in musica, ogni caso dovrebbe essere un caso nuovo, un’eccezione. Che, nel suo ambito, ogni problema, una volta risolto, non dovrebbe essere sottoposto a ulteriori tentativi di risoluzione”. Noi oggi viviamo nell’eterno ritorno dell’uguale in musica; del già detto ripetuto e svuotato di senso con uno sguardo retrospettivo e sterile (omaggi, rifacimenti, arrangiamenti insomma; nulla di ignoto: tutto già detto [e questo, lo sappiamo, per futili motivi commerciali che oggi non possono che essere patetici]).

Mestieranti

Il mestiere allontana dalla musica: “Il mestiere trasforma il tempio in una fabbrica”. Il punto è credere e riscoprire un possibile “religioso musicale”, ritrovarlo nel pensiero, nella musica già presente ma inaudita (in tutti i sensi possibili e molteplici che questa parola può suggerire). Ancora Ferruccio Busoni (che ci accompagnerà in queste primissime riflessioni sulla musica): “Esso [il mestiere] distrugge tutto ciò che è creativo. Difatti creare significa formare dal nulla! Ma mestiere è l’officina che produce milioni [oggi diremmo: miliardi] d’esemplari. La “poesia su ordinazione”. Esso vale perché serve alla generalità; fiorisce nel teatro, nell’orchestra, nel virtuoso e nelle scuole d’arte, cioè in quegli istituti che sono organizzati eccellentemente per mantenere gli insegnanti [Nota personale: ed io non posso nascondere di essere parte di questo sistema che oggi, è sotto gli occhi di tutti, è al collasso per un eccesso di offerta]. Si è tentati di esclamare: Evitate il mestiere! Fate che tutto sia un principio, come se non vi fosse mai stato un principio! Non sappiate niente, ma pensate e sentite e imparate così “a creare”!

Ritrovo queste parole in una raccolta di scritti di Ferruccio Busoni, “Scritti e pensieri sulla musica”, Ricordi; 1954; a cura di Luigi Dallapiccola e con una introduzione di Massimo Bontempelli. Un libro prezioso citato da Franco Evangelisti e che studio per un mio futuro saggio e che mi accompagna nel silenzio del mio “mestiere”.